Archive for Gennaio, 2008

Olimpiadi di Pechino

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Olimpiadi Pechino

In Moscow in July 2001, the International Olympic Committee (IOC) elected the city of Beijing to host the 2008
Olympic Games. This decision thus presents China as a political, social, economic and sports model to the rest of
the world. However, the very same Chinese State-Party that liquidated its opponents in the 1989 Tiananmen bloodbath
continues to disregard the most elementary democratic rights, to multiply its concentration camps (“re-training”
and “work” camps) and to develop a form of geopolitics based on aggression. Will the Olympic charter make
any difference? History has shown that the IOC does not abide by its ideals of “fraternity”, “peace” and “friendship”.
After the Swastika Games (Berlin, 1939), the Gulag Games (Moscow, 1980), we now have Games supporting
the despotism of a totalitarian state and sports slavery. Behind the ideological screen of the “greatest sports show in
history”, a genuine project of globalization is emerging. After other cities (Mexico City in 1968 or Los Angeles in
1984), and before others (London in 2012, etc.), Beijing will be the specific embodiment of this project. Coubertin’s
“silent machinery of the Olympic spirit” must cease to harm:
- Repression and destruction. The Chinese government attempts to weaken China’s voices of dissidence, of opposition,
of non-submission, its critical intellectuals, the poor, the unproductive, and the country’s independent unions.
In 2005 the death penalty was officially applied to 1770 individuals, and 3990 were sentenced to death. The Laogai
Research Foundation
numbers work camps at 4000. The organisation of these Games has meant the accelerated
demolition of many working-class neighbourhoods (hutongs) and historical sites— an unrestrained urbanisation
programme directed against the poorest inhabitants (expropriation of land, etc.). The international recognition of the
Games, consecrated by the Olympic consensus, will put a stamp of acceptability on this violence.

- Conquest and colonization. China not only has plans to take over Taiwan, it is also pursuing a diplomatic and
warlike offensive on Japan whilst terrorizing the autonomous Uigur region. The colonization of Tibet is taking a
genocidal turn: acts of murder, torture and forced abortion are committed with total impunity. Thanks to the illusion
of “peace and friendship between peoples” the Olympic Games have always served as a screen for strategies of war
and extermination (Hitler and World War Two, the Soviets and Afghanistan).

- Doping, surveillance and punishment. With the race for medals, the race for biological weapons between China
and the rest of the world has started. What is at stake is the hegemony over international markets. According to the
logic of competitive sport, the Chinese style of breeding sportsmen and women is an extension of a system of population
management that was already in use in GDR, in Romania, in USSR and in Cuba. Doping, surveillance and
punishment are turned into a system of control. Pumped-up robots are thus programmed to win.

- Corruption and trafficking. Like any respectable organization, the IOC recruits its members amongst businessmen
and women, political advisors, aristocrats, financiers and former champions-turned-lobbyists. The corruption
of some of its members has been exposed by numerous scandals. Can a multinational company with an obscure
mode of functioning (McDonald’s, Coca-Cola, Kodak, Panasonic, etc.) be expected to bring about a democratization
of China? Far from the dreams of “celebration”, the meaning of the Olympic Games lies in a strategy of market
and business growth. And regarding the 2008 Olympic Games, the IOC’s diplomatic manoeuvre is well and truly
to support a regime of totalitarianism and slavery.

- Manipulation and waste. The hysterical media portrayal of the Olympic spectacle participates in a world in which
freedom is on the wane. Training camps are no different from forced work camps. Five billion euros are being spent
to impose a fortnight of “fun” in a country where the oppressed are in every way deprived. The waste that the
Olympic Games represents is an insult to world poverty. How can we tolerate that the sports world and its colossal
capital preach this lesson of solidarity to billions of people living on less than 1 euro a day?

For all these reasons, we are asking all human rights, humanitarian and political organizations, trade
unions, workers, sports professionals, and all citizens to boycott this competition and all its related events.
BOYCOTT THE BEIJING OLYMPIC GAMES !Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano
V.Sant’Anselmo 11 - 10125 Torino ( Italy )
Tel. 0039 011 6548297 - Fax. 0039 011 6505791
E-mail : operatori.usr.piemonte@cisl.it
Sito : www.dossiertibet.it

Germania 1938? o CINA 2008?

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Germania 1938?

Cina 1

NO!

 

CINA 2008

Cina2 cina3 cina4

 (nelle foto : oppositori sopravvissuti ai lager cinesi)

 

Un mondo,un sogno

(slogan ufficiale dei giochi olimpici di Pechino 2008)

 

www.dossiertibet.it

 

Per non dimenticare ACCA LARENTIA

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PER NON DIMENTICARE… e raccontare a chi non ne ha mai sentito parlare

Trenta anni: un periodo lunghissimo che percorre una parte importante della storia d’Italia e che ci ricollega a fatti remoti, che sono ancora sostanza bruciante nei nostri cuori e nei nostri cervelli. Stiamo parlando dell’anniversario della strage di Acca Larenzia che, appunto trenta anni fa, insanguinò Roma con la morte di tre giovani militanti del Msi e del Fronte della Gioventù: Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti per mano comunista e Stefano Recchioni per mano di un ufficiale delle forze dell’ordine. Quella strage fu un vero spartiacque nella storia tragica degli anni di piombo che va ricordato bene agli storici “ufficiali”, troppo inclini a fare confusione su quell’ epoca. E’ vero che negli anni ’70 e ’80 ci fu una guerra civile strisciante, che non fu soltanto terrorismo ma violenza diffusa, tale da coinvolgere decine di migliaia di giovani di destra e di sinistra in una vera e propria guerra civile strisciante, che lasciò sul campo tante vittime da una parte e dall’altra. Però questa è una verità incompleta: bisogna anche aggiungere che fino al 7 gennaio 1978 l’aggressione fu quasi esclusivamente da una parte sola.

Dopo le contestazioni sessantottine, dopo i successi dell’Msi nei primi anni ’70 e a seguito dell’inizio della strategia della tensione stragista, per un lungo periodo si ammazzava a senso unico. Tanti episodi orribili, a cominciare dal rogo dei fratelli Mattei, servirono a dare concretezza all’orribile slogan “uccidere un fascista non è reato” e a fare da battesimo del fuoco per chi voleva essere ammesso nelle file delle organizzazioni terroristiche vere e proprie.

Acca Larentia

Su quel periodo c’è uno spesso velo che nasconde verità su cui anche la sinistra ufficiale non ha ancora fatto i conti fino in fondo, per comprendere la genesi della lotta armata. Fu l’antifascismo militante ad essere il vero incubatore del terrorismo di sinistra e, per reazione, di destra. Il tutto nell’assoluta indifferenza, nell’ignavia, dell’Italia democristiana e dei poteri forti dell’informazione, che si accorsero dell’esistenza della violenza comunista solo dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, cinque mesi dopo la strage di Acca Larenzia. Ecco perché reclamare giustizia e verità per questi ragazzi non ha solo un enorme valore umano e spirituale: ha una grande importanza dal punto di vista politico e culturale per sradicare fino in fondo tutte le dinamiche dell’odio che ancora esistono all’interno della nostra comunità nazionale. La pacificazione nazionale, il superamento degli odi ideologici del passato, affondano le loro radici in un grande processo di comprensione della verità storica, nella memoria di fatti e responsabilità che non possono essere dimenticati. Fino a quando in Italia non si farà chiarezza sulla strategia della tensione stragista e sul ruolo tragico dell’antifascismo militante, non ci potrà mai essere una vera e profonda ricomposizione nazionale.

Ma c’è un altro monito che ci viene da Acca Larentia. Che valore ha oggi il sacrificio di quei ragazzi e di tutti coloro che sono morti facendo politica a destra in quegli anni? Ne dobbiamo parlare come vittime sacrificate in una battaglia cieca e senza speranza, oppure sono ancora oggi un esempio e un valore di eroismo da additare alle giovani generazioni? E’ evidente che noi crediamo nella seconda ipotesi perché – ancora oggi e forse più di ieri – diamo valore alla militanza, alla Politica come atto di amore nei confronti di un popolo e di dedizione in valori da incarnare nella realtà sociale. Nella crisi della politica che stiamo vivendo in questi mesi molte sono le ricette che vengono proposte dai diversi commentatori. In genere sono ricette che portano ad un “ridimensionamento” della politica, intesa semplicemente come buona amministrazione, come procedura tecnica per prendere decisioni. Noi, invece, crediamo che la strada sia esattamente opposta: la politica si salva se va verso l’alto, se torna ad essere passione, spiritualità applicata al sociale, milizia e spirito di servizio. Di tutto questo i nostri giovani degli anni ’70 sono stati esempio fino al più alto sacrificio. Non sono vittime, sono persone che sono state uccise perchè facevano politica, sapendo di rischiare e accettando consapevolmente questo rischio. Per tutti gli anni ’70 e ’80 chi alzava la serranda di una sezione dell’Msi, chi distribuiva un volantino, chi attaccava un manifesto, sapeva perfettamente i rischi che correva e ne era fiero. Ecco perché, per noi, questi ragazzi sono degli eroi e non delle vittime.

Questa è la sfida che abbiamo di fronte: saper conciliare la passione per la politica, il senso spirituale della militanza, con il rispetto per chi la pensa diversamente, rifiutando ogni tentazione di trasformare la passione in odio. Senza mai consentire che l’ipocrisia nasconda la verità e la giustizia su cui si deve fondare la pacificazione nazionale e senza mai dimenticare che l’avversario politico è un altro italiano che sta cercando, su strade diverse, di impegnarsi per il nostro stesso popolo. Se riusciremo in questa grande sfida di rigenerare la militanza politica senza furore fazioso, allora saremo veramente degni del sacrificio di chi ci ha preceduto.

Gianni Alemanno