Dic 10
Quest’oggi, giovedì 10 dicembre, a Stoccolma, il presidente democratico degli Stati Uniti Barack Obama, ritirerà il premio Nobel per la Pace. L’Accademia svedese questa volta smentisce la sua proverbiale prudenza. L’ambita statuetta d’oro (e il relativo assegno pari ad un milione e mezzo di dollari) giunge all’indomani della partenza dei trentamila soldati americani per il fronte sempre più “caldo” dell’Afghanistan. Obama, è oggetto, dopo la strepitosa vittoria elettorale, di una clamorosa debàcle degli indici di gradimento. Insomma, il primo presidente di colore piace sempre meno agli americani, che hanno capito che la sua strategia economica e militare non si discosta molto da quella del suo famigerato predecessore. Obama conta molto su questo Nobel assegnato così frettolosamente, per rinverdire una popolarità in calo. Da oggi la luce del premio brilla un po’ meno. Eppure in Europa nessuno contesta. L’importante è che il Nobel sia finito in mani progressiste proprio in un momento in cui in gran parte del vecchio continente il centrodestra governa a furor di popolo. Non protesta neanche la sinistra nostrana che, però, si è indignata quando il governo ha annunciato la partenza di seicento militari destinati a rafforzare il nostro contingente impegnato in una vera missione di pace, nella tormentata terra afghana. Il solito Berlusconi guerrafondaio e imperialista. Ogni commento è superfluo. Pur di dare addosso all’odiato Silvio si digerisce il fatto che il premio Nobel vada al capo supremo delle Forze Armate statunitensi. Ciò non toglie che la cerimonia di oggi, lascia l’amaro in bocca a tante persone di buonsenso che non hanno capito (perché nessuno lo ha spiegato) per quale ragione il Nobel debba andare ad un presidente in carica da poco più di un anno (al momento dell’aggiudicazione) e che si è soltanto distinto per l’incredibile invadenza nei talk show e nel web. Poi, per quanto mi riguarda, ed è un giudizio del tutto personale, è un po’ che non credo più nel “Premio”… né a questo per la Pace (non è stato conferito a Ghandi!!!!! Mentre è stato assegnato ad Al Gore, Arafat (!!!!!), Kissinger…) né tanto meno a quello per la Letteratura (non è stato conferito al più grande di tutti, Borges, e sappiamo invece l’italiano a cui è stato recentemente assegnato… ci manca solo più che lo diano a Moretti….).
Meditate, gente, meditate… non tutto ciò che luccica è oro! Né Obama, Né il Nobel!
Lug 13
L’enciclica del Papa rilancia il tema dell’etica dell’economia
Così Ratzinger “sociale”liquida i teo-con
di Paolo D’AndreaCosa resterà della Caritas in veritate? E chi sono i vincitori e i perdenti nella partita virtuale delle interpretazioni applicate alla prima enciclica sociale del Papa tedesco? Nel primo round di commenti, tra sbavature retoriche, forzature e banalità, sono emersi anche indizi interessanti sulla diversa collocazione che i tanti partiti culturali e ecclesiali riserveranno al nuovo documento papale nel proprio archivio della memoria. Come ha scritto il National Catholic Reporter, settimanale cattolico statunitense, l’enciclica «offre sia alla destra che alla sinistra qualcosa da esaltare e qualcosa per cui irritarsi».L’appeal bipartisan dell’enciclica è emerso di riflesso anche dagli interventi più sfiziosi apparsi ieri sulla stampa italiana. Nella curva degli entusiasti si sono ritrovati fianco a fianco personaggi assortiti con bizzarra fantasia. Il banchiere cattolico Ettore Gotti Tedeschi, consid
erato vicino all’Opus Dei e accreditato come futuro presidente dello Ior, ha candidato il Papa al premio Nobel per l’economia, perchè dribblando gli analisti professionisti Benedetto XVI ha suggerito che la radice ultima della crisi è «il crollo della natalità nei Paesi sviluppati» (tesi che peraltro lo stesso Gotti Tedeschi caldeggia da tempo, anche nei suoi dotti articoli sull’Osservatore Romano). Da altra sponda, il professore “prodiano” Stefano Zamagni ha fatto addirittura gli onori di casa, presentando ufficialmente l’enciclica in sala stampa vaticana e esaltandola come una “road map” per uscire dallo schema del “conservatorismo compassionevole” bushano e espandere l’economia sociale sul modello del no-profit. Ritanna Armeni dale colonne del quotidiano il Riformista ha invitato la malmessa sinistra italiana a «leggere e sottolineare» l’enciclica ratzingeriana, che a suo dire «contiene molte idee e valori storicamente definiti di sinistra, e sui quali la sinistra farebbe bene a tornare». Mentre il sottosegretario al welfare Eugenia Roccella ha legittimamente messo la sua bandierina sulla netta asserzione ratzingeriana secondo cui «la questione sociale è diventata integralmente questione antropologica», ribadendo che per la dottrina sociale cattolica gli “ultimi” da tutelare sono innanzitutto i più fragili, «e dunque gli embrioni, i non ancora nati, i disabili estremi, i malati gravi». Perfino l’attempato leader della Teologia della liberazione Leonardo Boff si è unito al coro di elogi, notando che se finora «la Chiesa era apparsa più concentrata sugli affari interni, con questo documento dal taglio fortemente sociale compie una grande apertura al mondo».Dopo i mesi bui delle polemiche sul preservativo e sul Perfino i terminali italiani della cultura teo-con, non potendo cavalcare la nuova enciclica, parlano d’altro. Il Foglio, di ieri, ad esempio, dedicava al testo papale articoli concettosi tendenti all’astrazione, etichettandolo come un «documento teologico-pastorale le cui argomentazioni si situano nel punto di congiunzione tra le scienze sociali e l’antropologia cristiana che le giudica e le raccorda». Roba dalle nuvole in su. La catena di reazioni anomale di provenienza teo-con evidenzia la crisi del progetto ideologico che proprio quegli ambienti coltivavano da tempo sul pontificato ratzingeriano. Le malcelate nostalgie per il Wojtyla della Centesimus annus sono un effetto collaterale di tale crisi. E del resto, anche l’enciclica Sollicitudo rei socialis del pontefice polacco era stata denigrata dai think thank liberisti of Usa, e già nel 1967 il Wall Street Journal aveva bollato la montiniana Populorum progressio come «warmed up marxism» (marxismo riscaldato). I custodi dell’ideologia liberista hanno sempre avuto difficoltà a cogliere la natura non ideologica della dottrina sociale della Chiesa, che si muove sul terreno della contingenza storica per approssimazioni, senza sacralizzare l’ordine temporale del momento né inseguire utopie messianiche. La Caritas in veritate ha davanti a sé il mondo di oggi, quello della recessione economica globale. La sua realistica e ragionevole analisi dei problemi del tempo (“Speranza e realismo” era intitolato ieri l’editoriale dell’Osservatore Romano) potrà misurare la sua forza attrattiva di consensi anche tra i grandi del (Pubblicato sul Secolo d’Italia del 9 luglio 2009)10 luglio 2009
Apr 01
”Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. la crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. è nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. la vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. senza crisi non ci sono meriti. è nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo.
Invece di questo, lavoriamo duro! L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.”
Albert Einstein
Nov 20
se è vero…. è choc!!!! Padroni!!!!
Lug 20
Almeno alle condizioni imposte dal Tesoro.
Ultimo gruppo interessato all’acquisto del vettore aereo nazionale, Air One, ha gettato la spugna, ritirandosi dalla gara per la privatizzazione di Alitalia.
Carlo Toto, patron di Air One, ha dichiarato che «dopo un’attenta analisi del contratto di vendita e con grande disappunto, allo stato attuale Air One non presenterà il prossimo 23 luglio l’offerta vincolante per la privatizzazione di Alitalia».
Lo stesso manager ha fatto presente di essersi trovato di fronte a “resistenze”, soprattutto politiche, che hanno reso difficile il cammino verso Alitalia.
Analizzando le condizioni imposte dal Tesoro si rileva come siano esse vincolanti e che di fatto impediscano il risanamento e la ripresa dell’azienda. In primis la necessità di rivedere il rapporto con i sindacati per un piano di ridimensionamento dell’organico, nonchè il rinnovamento del management. Gli esuberi di forza lavoro impediscono oggi il rilancio di Alitalia.
Insomma Air One esce di scena. Come dargli torto? Facendo un paragone banale, è come se il panettiere ci obligasse a consumare il suo pane in un modo ben preciso. E guai se non lo si fa.
La cosa triste, per noi poveretti del popolino, è che Alitalia per ora continuerà a gravare sulle nostre spalle.